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Alessandra
Urso, figlia d'arte in quanto a scultura, curiosa di linguaggi e tecniche
diverse, é indubbiamente tesa ad affermare una propria presenza
con capacità di esprimere, di raccontare, di ricercare, di progettualità
che vuole e sa inserirsi efficacemente nelle problematiche artistiche
di oggi. I suoi interventi spaziano dalla pittura alla scultura,dalla
danza alla scenografia, dalla musica alla regia, da proposte di arredo
privato e urbano alla scultura cimiteriale. Con slancio affronta le inevitabili
difficoltà e resistenze di un mondo certamente difficile, complesso,
non sempre accogliente, specie quando l'artista è donna. Alessandra
sorride e si butta a capofitto nell'impresa, dialoga costantemente con
i personaggi delle sue sculture in terracotta policroma: si sente cambiare
e le sente mutare, muoversi nel tempo e nello spazio, ora recuperando
visioni mitiche, immaginari storici, ora proiettando nel futuro proiezioni
prefigurate nel mondo fantascientifico, fumettistico, cinematografico
e cercando, spesso, di fondere le suggestioni del passato con le tensioni
verso il domani, di armonizzare il senso dell'invadenza del mondo artificiale
con la nostalgia di natura naturans, di nuova germinalità vegetale,
arborea, ma anche animale, umana. La figura è, infatti, il suo
principale banco di prova, ma non nei suoi equilibri armonici, nel suo
porsi a misura della realtà, bensì nei suoi movimenti transmorfici,
di adeguamento alla realtà mutante, di prefigurazione di uno scenario
di possibili trasformazioni (flessibilità, elasticità, adattamento
alle sollecitazioni). Così i corpi, i colli, le teste, i busti
si allungano, diventano "radici" in senso fisico e metaforico,
matrici di nuova vita, di nuove forme che hanno in sé evidenti
tracce del passato, di memoria visiva, ma anche attualità di contenuti,
novità espressiva, sempre però contenuta a livello di gioco
e di ironia piuttosto che in forme assertive rigide, retoriche. Tornano
i miti letterari, le metamorfosi classiche (Sirene, Silfidi), i personaggi,
i sogni, rielaborati, contagiati dalla cultura mediatica (cinematografica
e televisiva: dal Mago di Oz, Falco, Nefertari), ma pur sempre appartenenti
anche al mondo onirico profondo. Torna la teatralità come specchio
della condizione umana agita nel quotidiano ( Tangheri, La partoriente,
Amanti, La Vergine dei cassetti). (...)
Le opere di Alessandra Urso si sono fatte profondamente attente al moto interno che muove la scultura dal basso verso l'alto, dal di dentro verso l'esterno, cioè al respiro, all'ànemos che è nella materia e che diviene forma, figura, appassionata testimonianza di natura e di umanità, contenendo quell'energia che spinge dal profondo e che aspira a venire alla luce nella quiete, nella consapevolezza, nel dominio pacifico e armonico dello spazio, in un gesto plastico non retorico, non monumentale, ma come un nascere, un mutare, un trasformarsi, un apparire e fluire in una fase di metamorfosi naturale pregna di umori vitali. Senza aggredire la materia e con la materia lo spazio, Alessandra Urso sembra voler semplicemente aiutare la natura a tornare ad esprimersi secondo un principio di continuità, come energia germinale, natura naturans, appunto, che si rinnova, si rigenera nelle forme. Non è un caso se la sostanza che predilige è attualmente la creta, la terra come materia mater da manipolare lasciandosi guidare dall'istinto, dall'estro compositivo. Agli inizi era il legno, materia viva e materna comunque (gli spagnoli chiamano il legno 'madera', materia per eccellenza), e con alto valore simbolico e totemico. La terra consente però l'impasto, che trasmette alle mani la consapevolezza del fare, del creare, del modellare e modificare: le figure si sviluppano per curve lunghe e torsioni dolcissime, che si espongono lentamente e variabilmente alla luce, mentre i volti indugiano in quello stato di fissità e di riposo che è introspezione e sogno (molte figure non hanno occhi ma solo orbite oculari appena accennate), come per un estraniarsi dalle vicissitudini del quotidiano, o hanno occhi larghi, ben disegnati, aperti in uno sguardo prensile, ma di ieratica fissità, che tutto accoglie e 'inghiotte', assorbe nella dimensione intima, dove sentimento e intelligenza coniugano realtà e sogno, memoria e premonizione del futuro. Padova
febbraio 2004
Giorgio Segato dal testo di presentazione del catalogo "Mutanti"
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IL RESPIRO CREA LA FORMA
Il Resto del Carlino In un bizzarro romanzo, tutto percorso da un pervicace estro iconoclasta,
Pierre Klossowski ha evocato la metamorfosi e l'eterno ritorno, il doppio
e i fantasmi dell'io, affidando però il racconto a dei pneumi,
o se si vuole ai puri soffi e respiri di quei Templari che Filippo il
Bello aveva fatto orribilmente arrostire sul rogo in una piazza dell'Ile
de la Citè nei pressi di Notre Dame. Ma può un soffio
vagante, un respiro senza più polmoni, rigenerare la storia,
scomponendo e ricomponendo forme e immagini, per impedire una scissione
insanabile e definitiva tra corpo e spirito? Qualche bagliore di queste
interrogazioni e di queste ricerche si ritrova nelle sculture che la
giovane artista padovana Alessandra Urso presenta in questi giorni nella
Tavernetta di Palazzo Roncale, nel contesto di una rassegna espositiva
promossa dall'Accademia dei Concordi con la supervisione di Antonio
Romagnolo. Sabato 10 aprile 2004 Sergio Garbato |
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Il CICLO DEI TABLISTI
La tabla è lo strumento musicale più diffuso in India e forse il più antico, ma conosciuto in Europa solo da 15 20 anni. Da uno strumento così semplice, rudimentale, primitivo, composto da due tamburi, in India si sono formate ben 6 scuole con caratteristiche tecniche molto diverse le une dalle altre. I suonatori di tabla non erano solo dei semplici musicisti, ma dei veri e propri maestri, erano considerati dei personaggi mitologici allo stesso livello dei mistici induisti o dei fachiri, perciò chiamati Guru con la "g" maiuscola (grandi maestri), nel senso anche religioso del termine, in quanto con la loro musica si raggiungeva uno stato di estasi mistica, euforia, esaltazione e distacco dal reale, paragonabile a quello delle preghiere tibetane o alle danze dei dervisci. Dei grandi musicisti di tabla rimangono solo dei nomi e delle foto rarissime spesso incomplete, immagini a brandelli o con lacune, tratte da vecchi libri, comperate in qualche mercato di Nuova Delhi o Calcutta. L'operazione di scavo - vorrei dire - archeologico, che Alessandra Urso ha avviato con la consulenza del musicologo Stefano Grazia, è quella di un recupero di queste immagini mitiche, affinché non vada dispersa la memoria di queste generazioni di tablisti che si sono trasmessi esclusivamente per via orale l'arte della tabla, attraverso un rapporto diretto da maestro ad allievo nel corso dell'800 e del '900, da Habid Hussein (nato nel 1867 e morto nel 1937), detto il califfo, titolo di grande prestigio, ad Alla Rakha (1915 - 2000), che ha dato vita ad uno stile personale caratterizzato dalla potenza, dal colore e dall'energia, che prende il suo nome. Attualmente questa prestigiosa tradizione in via d'estinzione è portata avanti a Venezia nei corsi di tabla presso la Scuola Interculturale (IIMC) dal maestro Sanka Chatterjee che ha insegnato per 30 anni all'università di Calcutta e ora a quella di Berlino. Attraverso la tecnica del disegno Alessandra Urso ha ricostruito con pazienza e minuzia volti, parti del corpo o di tabla, interpretando con sensibilità e misura quello che mancava alla figura, restituendoci delle immagini vive, cariche di forza espressiva e dignità. L'artista ha scelto appositamente il disegno a matita, una tecnica semplice, non pretenziosa, adatta al tema, trattando tutti i musicisti alla pari. La cosa la intriga enormemente, perché è riuscita a sintetizzare due mondi, due forme di vita e di pensiero: quella occidentale con quella orientale, mettendo insieme il fragore e il consumismo degli U.S.A. con l'introspezione delle filosofie e delle pratiche di meditazione indiana. E' infatti cosa assai singolare disegnare soggetti indiani con una tecnica yankee - così Alessandra ama definire il suo disegno nitido che discende direttamente dall'illustrazione americana - orgogliosa di aver trovato il terreno in cui due opposti s'incontrano, convinta però che sia certo più utile l'insegnamento che l'India da all'America, che viceversa, in quanto la meditazione indiana porta a vedere le cose in maniera chiara e limpida. Alessandra si è avvicinata da poco alla tecnica dell'illustrazione pura, in cui applica lo sfumino in una maniera precisa, tale da far fuoriuscire i volumi in maniera perfetta, e ciò deriva dal fatto che l'artista è prima di tutto scultrice, avendo appreso l'arte scultorea dal padre. Alessandra mostra però due anime contrapposte, tanto è puntigliosa e caparbia nell'eseguire ritratti o sculture a soggetto, per cui serve autocontrollo e grande disciplina , quanto ama essere istintiva nel realizzare sculture in legno dal sapore "poverista" e primitivo, ma - come afferma l'artista - sia nei totem in legno e sia nelle opere polimateriche, che nelle sculture in terracotta e nei disegni, sperimenta ogni volta la stessa componente magica, stregonesca, per cui da un materiale povero esce un soggetto definito, che non potrebbe essere altro che quello che è. Alessandra considera questo ciclo di disegni una mera applicazione della tecnica Rockwell (il padre dell'illustrazione americana anni '50), in realtà questa espressione artistica è diventata negli ultimi anni una tendenza di successo, assai seguita prima in America e ora anche in Europa, sotto l'etichetta di "iperrealismo", in cui riacquista importanza il valore della forma, sottolineando il primato della mimesi sull'espressività e spontaneità, ma che rivaluta anche tutto quel mondo di abilità tecniche e manuali che l'arte delle nuove avanguardie aveva violentemente contestato. Lungo questa linea discende la scuola dei giovani che va da Alex Katz a John Currin, a Muntean & Rosemblum, ai nostrani Montesano, Alberto Castelli, Antenore Rovesti. E' curioso che nell'epoca del digitale si torni al disegno e alla pittura, al ritratto e dunque alla tradizione, per confermare che l'arte non ha bisogno di nuova tecnologia, ma bastano le sue capacità alchemiche per dimostrare la sua inesauribile forza creativa. I1 ciclo dei tablisti si situa dunque lungo una corrente che discende dalla Tradizione realista francese di Honorè Daumier e del tedesco John Heartfield, segue allo stesso tempo lo stile russo di Komar e Melamid, che emigrarono negli Stati Uniti negli anni'70, portando dall'altra parte dell'oceano lo stile dei ritratti del realismo sovietico (detto anche "realismo socialista" essendo lo stile approvato dal Ministro dell'Educazione dl Lenin, Lunacharsky negli anni '20); ancora un sincretismo culturale, tanto che si può dire che è l'arte ha fatto finire la guerra fredda molto tempo prima dell'attacco alle torri gemelle. Maria Luisa Trevisan Presentazione del catalogo "Portrait Gallery of Legendary Tabla Masters" per la mostra alla Fondazione Cini di Venezia
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SIRENE
Le sculture a volte hanno un nome: SiIfide o Gemelle, altre volte sono più genericamente Sirene: figure femminili ammiccanti, dal corpo oblungo, sinuoso. Non hanno nulla delle figlie di Acheloo, nate dal suo sangue quando fu ferito da Eracle, raffigurate come uccelli con artigli, testa umana e mammelle. La loro immagine discende piuttosto dalla tradizione medievale che le vede donne con la parte inferiore del corpo a forma di pesce. Si muovono in una danza sensuale e il loro movimento invita al contatto, come il loro canto esercitava sugli uomini una seduzione mortale, cui Ulisse fuggì facendosi legare all'albero della nave e obbligando i compagni ad otturarsi le orecchie con la cera. Trasmettono ancor più inquietudine e al contempo forte attrazione le sirene quando vanno a formare in riva ad un laghetto come nel parco romantico di Villa Miari dei Cumani, il Convivio o danza sabbatica. Qui cinque danzatrici si muovono sinuose nel bosco, attorno ad un tavolino circolare imbandito (simbolo di conoscenza), come bisce d'acqua, ambigue e sensuali nella duplice funzione di creatrici di cibo (vivandiere) e di cibo esse stesse, offerenti il proprio corpo, oggetto di desiderio. Danzano come al suono delle percussioni e la musica a sua volta sembra seguire il movimento ondulatorio delle ninfe - sirene, come un canto sufi che porta ad uno stato di estasi mistica, euforia, esaltazione e distacco dal reale, stato spirituale paragonabile a quello delle preghiere tibetane o delle danze dei dervisci. Uno dei ruoli che spetta all'artista è quello di unire mondi lontani, culture, generi artistici e stili diversi come qui Alessandra Urso combina la scultura, la danza e la musica, la cultura classica da cui proviene la figura mitologica della sirena, con la danza orientale, il disegno e la scultura a dimostrazione di una inesauribile forza creativa. Da poco l'artista si è avvicinata alla tecnica dell' illustrazione pura, in cui applica lo sfumino in maniera precisa, tale da far fuoriuscire i volumi in modo perfetto, e ciò deriva dal fatto che l'artista è prima di tutto scultrice, avendo appreso l'arte scultorea dal padre. L'artista mostra però due anime contrapposte, tanto è puntigliosa e caparbia nell'eseguire ritratti o sculture a soggetto, per cui serve autocontrollo e grande disciplina, quanto ama essere istintiva nel realizzare sculture in legno dal sapore "poverista'' e primitivo, ma - come afferma l'artista - sia nei totem in legno e sia nelle opere polimateriche, che nelle sculture in terracotta e nei disegni, sperimenta ogni volta la stessa componente magica, stregonesca, per cui da un materiale povero esce un soggetto definito, che non potrebbe essere altro che quello che è. Maria Luisa Trevisan Presentazione Artepadova 2002 |
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BALLERINE E GUERRIERI Giorgio Segato - Giornale del Commercio e del Turismo 1998 (
) Alessandra Urso, quasi trentenne, è figura emblematica
della condizione in cui operano molti artisti oggi, faticosamente maturando,
esercitando e approfondendo la loro professionalità, le loro competenze,
per quanto possibile sviluppando esperienze trasversali, implicando approcci
diversi all'arte, dall'organizzazione e presentazione alla promozione
informativa e partecipativa, dagli aspetti strutturali e gestionali alla
produzione creativa, ma anche tecnica, di spettacoli e manifestazioni
multimediali. Il suo curriculum testimonia la varietà di esperienze
propria di un tempo di scarse occasioni di inserimento professionale chiaramente
orientato, un tempo in cui diventa necessario esplorare, accumulare esperienze
e capacità pratiche e materiali, approfondire una personale e originale
visione, in attesa di efficaci momenti di proiezione. Le scuole dell'arte
- istituti d'arte, licei artistici, accademie e università - tutte
oggi inadeguate nella struttura e nei programmi sia ai compiti formativi
che a quelli orientativi, solo da poco si stanno avvicinando al mondo
reale, pratico, professionale, cominciando a prefigurare corsi più
Giorgio Segato è nato a Carmignano di
Brenta (Padova) il 12 agosto 1944. Ha studiato a Vicenza e si è
poi laureato a Padova con lode. Si occupa di critica d'arte e di organizzazione
di mostre dal 1971, interessandosi preferibilmente alla scultura. Riveste
varie cariche importanti ed è autore dei testi di un centinaio
di monografie di artisti e i suoi articoli sono apparsi in oltre settanta
testate di giornali e riviste. Vive e lavora a Padova. |
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