Alessandra Urso, figlia d'arte in quanto a scultura, curiosa di linguaggi e tecniche diverse, é indubbiamente tesa ad affermare una propria presenza con capacità di esprimere, di raccontare, di ricercare, di progettualità che vuole e sa inserirsi efficacemente nelle problematiche artistiche di oggi. I suoi interventi spaziano dalla pittura alla scultura,dalla danza alla scenografia, dalla musica alla regia, da proposte di arredo privato e urbano alla scultura cimiteriale. Con slancio affronta le inevitabili difficoltà e resistenze di un mondo certamente difficile, complesso, non sempre accogliente, specie quando l'artista è donna. Alessandra sorride e si butta a capofitto nell'impresa, dialoga costantemente con i personaggi delle sue sculture in terracotta policroma: si sente cambiare e le sente mutare, muoversi nel tempo e nello spazio, ora recuperando visioni mitiche, immaginari storici, ora proiettando nel futuro proiezioni prefigurate nel mondo fantascientifico, fumettistico, cinematografico e cercando, spesso, di fondere le suggestioni del passato con le tensioni verso il domani, di armonizzare il senso dell'invadenza del mondo artificiale con la nostalgia di natura naturans, di nuova germinalità vegetale, arborea, ma anche animale, umana. La figura è, infatti, il suo principale banco di prova, ma non nei suoi equilibri armonici, nel suo porsi a misura della realtà, bensì nei suoi movimenti transmorfici, di adeguamento alla realtà mutante, di prefigurazione di uno scenario di possibili trasformazioni (flessibilità, elasticità, adattamento alle sollecitazioni). Così i corpi, i colli, le teste, i busti si allungano, diventano "radici" in senso fisico e metaforico, matrici di nuova vita, di nuove forme che hanno in sé evidenti tracce del passato, di memoria visiva, ma anche attualità di contenuti, novità espressiva, sempre però contenuta a livello di gioco e di ironia piuttosto che in forme assertive rigide, retoriche. Tornano i miti letterari, le metamorfosi classiche (Sirene, Silfidi), i personaggi, i sogni, rielaborati, contagiati dalla cultura mediatica (cinematografica e televisiva: dal Mago di Oz, Falco, Nefertari), ma pur sempre appartenenti anche al mondo onirico profondo. Torna la teatralità come specchio della condizione umana agita nel quotidiano ( Tangheri, La partoriente, Amanti, La Vergine dei cassetti). (...)
Le opere di Alessandra Urso si sono fatte profondamente attente al moto interno che muove la scultura dal basso verso l'alto, dal di dentro verso l'esterno, cioè al respiro, all'ànemos che è nella materia e che diviene forma, figura, appassionata testimonianza di natura e di umanità, contenendo quell'energia che spinge dal profondo e che aspira a venire alla luce nella quiete, nella consapevolezza, nel dominio pacifico e armonico dello spazio, in un gesto plastico non retorico, non monumentale, ma come un nascere, un mutare, un trasformarsi, un apparire e fluire in una fase di metamorfosi naturale pregna di umori vitali. Senza aggredire la materia e con la materia lo spazio, Alessandra Urso sembra voler semplicemente aiutare la natura a tornare ad esprimersi secondo un principio di continuità, come energia germinale, natura naturans, appunto, che si rinnova, si rigenera nelle forme. Non è un caso se la sostanza che predilige è attualmente la creta, la terra come materia mater da manipolare lasciandosi guidare dall'istinto, dall'estro compositivo. Agli inizi era il legno, materia viva e materna comunque (gli spagnoli chiamano il legno 'madera', materia per eccellenza), e con alto valore simbolico e totemico. La terra consente però l'impasto, che trasmette alle mani la consapevolezza del fare, del creare, del modellare e modificare: le figure si sviluppano per curve lunghe e torsioni dolcissime, che si espongono lentamente e variabilmente alla luce, mentre i volti indugiano in quello stato di fissità e di riposo che è introspezione e sogno (molte figure non hanno occhi ma solo orbite oculari appena accennate), come per un estraniarsi dalle vicissitudini del quotidiano, o hanno occhi larghi, ben disegnati, aperti in uno sguardo prensile, ma di ieratica fissità, che tutto accoglie e 'inghiotte', assorbe nella dimensione intima, dove sentimento e intelligenza coniugano realtà e sogno, memoria e premonizione del futuro.

Padova febbraio 2004 Giorgio Segato

dal testo di presentazione del catalogo "Mutanti"


IL RESPIRO CREA LA FORMA

Il Resto del Carlino

In un bizzarro romanzo, tutto percorso da un pervicace estro iconoclasta, Pierre Klossowski ha evocato la metamorfosi e l'eterno ritorno, il doppio e i fantasmi dell'io, affidando però il racconto a dei pneumi, o se si vuole ai puri soffi e respiri di quei Templari che Filippo il Bello aveva fatto orribilmente arrostire sul rogo in una piazza dell'Ile de la Citè nei pressi di Notre Dame. Ma può un soffio vagante, un respiro senza più polmoni, rigenerare la storia, scomponendo e ricomponendo forme e immagini, per impedire una scissione insanabile e definitiva tra corpo e spirito? Qualche bagliore di queste interrogazioni e di queste ricerche si ritrova nelle sculture che la giovane artista padovana Alessandra Urso presenta in questi giorni nella Tavernetta di Palazzo Roncale, nel contesto di una rassegna espositiva promossa dall'Accademia dei Concordi con la supervisione di Antonio Romagnolo.
Sculture in creta, caratterizzate da verticalità e sinuosità, sorprese in una sorta di sospensione che nasce da un equilibrio misterioso tra materia e verità. Un equilibrio che è il frutto di un difficile procedimento plastico, perché queste sculture sono ottenute scavando all'interno della creta, secondo fasi successive di raffreddamento. Così, la forma nasce da sé stessa, da un soffio di vita che si insinua nell'intimo della materia, alleggerendola e plasmandola nell'irresistibile spinta verso l'esterno. Nel contempo, l'interno cavo conferisce felice sintesi al rapporto pieno-vuoto. E' dunque, come ha suggerito acutamente Giorgio Segato nella presentazione della mostra e nel saggio premesso al catalogo, una sorta di pneuma all'origine di queste sculture, che rappresentano divinità misteriose e personaggi di perdute mitologie arboree, ma anche sirene e murene e silfidi. Figure femminile che abitano le profondità dell'immaginario e inquietano i sogni, esseri che sfuggono ad una definizione perché in continua mutazione. Volti sfuggenti che guardano senza occhi e corpi che si allungano e si torcono quasi avvoltolandosi in sé stessi. E la forma, questa particolare accezione della forma, si fa linguaggio e voce dell'inconscio prigioniero di quei corpi cavi. C'è una "Dama degli alberi", che dispone il suo nudo corpo a losanghe nell'instabile equilibrio di una fiaba per offrire un ramo che sorge dalla sua stessa mano (e ci chiediamo allora se il suo corpo è anche radice di quel ramo, emersa dalle profondità dell'immaginario)e c'è, quasi a riscontro, una "mutante" che alza con fierezza il volto verso chi l'osserva facendo leva sull'unico braccio che è già diventato, come nelle "Metamorfosi" di Ovidio, un ramo. E c'è una "partoriente" che si protende verso un punto lontano sporgendo quel suo grosso ventre cavo abitato dal soffio della creazione e, ancora, un infinito, in cui non esistono più le braccia e i piedi, mentre la testa è quasi un anello che guarda l'interno e il corpo si concentra tutto in una morbida linea curva. Si potrebbe, allora, parlare di una tensione verso la purezza assoluta, che richiama a Brancusi e a Viani, se non fosse per quella creta che ci riporta alla materia delle origini, alla terra e all'acqua, per ricordarci che anche la forma e i sogni vengono da lì. La materia, per Alessandra Urso, si riscatta nello slancio, nel soffio interno che crea la forma quasi connotandola spiritualmente. Le altre sculture, presenti in questa bella mostra che resterà aperta fino al prossimo 14 aprile, appartengono ad una stagione appena precedente e si dispongono per lo più in volti e busti, immobili e allusivi, colorati, partecipi, ancora, di un immaginario che affonda nelle ombre dell'antichità. E vale la pena di rilevare i corpi e i volti accostati di due gemelle, unite in una intensità che trascende il tempo per dirci che non esiste scissione tra corpo e spirito.

Sabato 10 aprile 2004

Sergio Garbato

Il CICLO DEI TABLISTI

La tabla è lo strumento musicale più diffuso in India e forse il più antico, ma conosciuto in Europa solo da 15 20 anni. Da uno strumento così semplice, rudimentale, primitivo, composto da due tamburi, in India si sono formate ben 6 scuole con caratteristiche tecniche molto diverse le une dalle altre. I suonatori di tabla non erano solo dei semplici musicisti, ma dei veri e propri maestri, erano considerati dei personaggi mitologici allo stesso livello dei mistici induisti o dei fachiri, perciò chiamati Guru con la "g" maiuscola (grandi maestri), nel senso anche religioso del termine, in quanto con la loro musica si raggiungeva uno stato di estasi mistica, euforia, esaltazione e distacco dal reale, paragonabile a quello delle preghiere tibetane o alle danze dei dervisci. Dei grandi musicisti di tabla rimangono solo dei nomi e delle foto rarissime spesso incomplete, immagini a brandelli o con lacune, tratte da vecchi libri, comperate in qualche mercato di Nuova Delhi o Calcutta. L'operazione di scavo - vorrei dire - archeologico, che Alessandra Urso ha avviato con la consulenza del musicologo Stefano Grazia, è quella di un recupero di queste immagini mitiche, affinché non vada dispersa la memoria di queste generazioni di tablisti che si sono trasmessi esclusivamente per via orale l'arte della tabla, attraverso un rapporto diretto da maestro ad allievo nel corso dell'800 e del '900, da Habid Hussein (nato nel 1867 e morto nel 1937), detto il califfo, titolo di grande prestigio, ad Alla Rakha (1915 - 2000), che ha dato vita ad uno stile personale caratterizzato dalla potenza, dal colore e dall'energia, che prende il suo nome. Attualmente questa prestigiosa tradizione in via d'estinzione è portata avanti a Venezia nei corsi di tabla presso la Scuola Interculturale (IIMC) dal maestro Sanka Chatterjee che ha insegnato per 30 anni all'università di Calcutta e ora a quella di Berlino. Attraverso la tecnica del disegno Alessandra Urso ha ricostruito con pazienza e minuzia volti, parti del corpo o di tabla, interpretando con sensibilità e misura quello che mancava alla figura, restituendoci delle immagini vive, cariche di forza espressiva e dignità. L'artista ha scelto appositamente il disegno a matita, una tecnica semplice, non pretenziosa, adatta al tema, trattando tutti i musicisti alla pari. La cosa la intriga enormemente, perché è riuscita a sintetizzare due mondi, due forme di vita e di pensiero: quella occidentale con quella orientale, mettendo insieme il fragore e il consumismo degli U.S.A. con l'introspezione delle filosofie e delle pratiche di meditazione indiana. E' infatti cosa assai singolare disegnare soggetti indiani con una tecnica yankee - così Alessandra ama definire il suo disegno nitido che discende direttamente dall'illustrazione americana - orgogliosa di aver trovato il terreno in cui due opposti s'incontrano, convinta però che sia certo più utile l'insegnamento che l'India da all'America, che viceversa, in quanto la meditazione indiana porta a vedere le cose in maniera chiara e limpida. Alessandra si è avvicinata da poco alla tecnica dell'illustrazione pura, in cui applica lo sfumino in una maniera precisa, tale da far fuoriuscire i volumi in maniera perfetta, e ciò deriva dal fatto che l'artista è prima di tutto scultrice, avendo appreso l'arte scultorea dal padre. Alessandra mostra però due anime contrapposte, tanto è puntigliosa e caparbia nell'eseguire ritratti o sculture a soggetto, per cui serve autocontrollo e grande disciplina , quanto ama essere istintiva nel realizzare sculture in legno dal sapore "poverista" e primitivo, ma - come afferma l'artista - sia nei totem in legno e sia nelle opere polimateriche, che nelle sculture in terracotta e nei disegni, sperimenta ogni volta la stessa componente magica, stregonesca, per cui da un materiale povero esce un soggetto definito, che non potrebbe essere altro che quello che è. Alessandra considera questo ciclo di disegni una mera applicazione della tecnica Rockwell (il padre dell'illustrazione americana anni '50), in realtà questa espressione artistica è diventata negli ultimi anni una tendenza di successo, assai seguita prima in America e ora anche in Europa, sotto l'etichetta di "iperrealismo", in cui riacquista importanza il valore della forma, sottolineando il primato della mimesi sull'espressività e spontaneità, ma che rivaluta anche tutto quel mondo di abilità tecniche e manuali che l'arte delle nuove avanguardie aveva violentemente contestato. Lungo questa linea discende la scuola dei giovani che va da Alex Katz a John Currin, a Muntean & Rosemblum, ai nostrani Montesano, Alberto Castelli, Antenore Rovesti. E' curioso che nell'epoca del digitale si torni al disegno e alla pittura, al ritratto e dunque alla tradizione, per confermare che l'arte non ha bisogno di nuova tecnologia, ma bastano le sue capacità alchemiche per dimostrare la sua inesauribile forza creativa. I1 ciclo dei tablisti si situa dunque lungo una corrente che discende dalla Tradizione realista francese di Honorè Daumier e del tedesco John Heartfield, segue allo stesso tempo lo stile russo di Komar e Melamid, che emigrarono negli Stati Uniti negli anni'70, portando dall'altra parte dell'oceano lo stile dei ritratti del realismo sovietico (detto anche "realismo socialista" essendo lo stile approvato dal Ministro dell'Educazione dl Lenin, Lunacharsky negli anni '20); ancora un sincretismo culturale, tanto che si può dire che è l'arte ha fatto finire la guerra fredda molto tempo prima dell'attacco alle torri gemelle.

Maria Luisa Trevisan

Presentazione del catalogo "Portrait Gallery of Legendary Tabla Masters" per la mostra alla Fondazione Cini di Venezia

 

 

SIRENE

Le sculture a volte hanno un nome: SiIfide o Gemelle, altre volte sono più genericamente Sirene: figure femminili ammiccanti, dal corpo oblungo, sinuoso. Non hanno nulla delle figlie di Acheloo, nate dal suo sangue quando fu ferito da Eracle, raffigurate come uccelli con artigli, testa umana e mammelle. La loro immagine discende piuttosto dalla tradizione medievale che le vede donne con la parte inferiore del corpo a forma di pesce. Si muovono in una danza sensuale e il loro movimento invita al contatto, come il loro canto esercitava sugli uomini una seduzione mortale, cui Ulisse fuggì facendosi legare all'albero della nave e obbligando i compagni ad otturarsi le orecchie con la cera. Trasmettono ancor più inquietudine e al contempo forte attrazione le sirene quando vanno a formare in riva ad un laghetto come nel parco romantico di Villa Miari dei Cumani, il Convivio o danza sabbatica. Qui cinque danzatrici si muovono sinuose nel bosco, attorno ad un tavolino circolare imbandito (simbolo di conoscenza), come bisce d'acqua, ambigue e sensuali nella duplice funzione di creatrici di cibo (vivandiere) e di cibo esse stesse, offerenti il proprio corpo, oggetto di desiderio. Danzano come al suono delle percussioni e la musica a sua volta sembra seguire il movimento ondulatorio delle ninfe - sirene, come un canto sufi che porta ad uno stato di estasi mistica, euforia, esaltazione e distacco dal reale, stato spirituale paragonabile a quello delle preghiere tibetane o delle danze dei dervisci. Uno dei ruoli che spetta all'artista è quello di unire mondi lontani, culture, generi artistici e stili diversi come qui Alessandra Urso combina la scultura, la danza e la musica, la cultura classica da cui proviene la figura mitologica della sirena, con la danza orientale, il disegno e la scultura a dimostrazione di una inesauribile forza creativa. Da poco l'artista si è avvicinata alla tecnica dell' illustrazione pura, in cui applica lo sfumino in maniera precisa, tale da far fuoriuscire i volumi in modo perfetto, e ciò deriva dal fatto che l'artista è prima di tutto scultrice, avendo appreso l'arte scultorea dal padre. L'artista mostra però due anime contrapposte, tanto è puntigliosa e caparbia nell'eseguire ritratti o sculture a soggetto, per cui serve autocontrollo e grande disciplina, quanto ama essere istintiva nel realizzare sculture in legno dal sapore "poverista'' e primitivo, ma - come afferma l'artista - sia nei totem in legno e sia nelle opere polimateriche, che nelle sculture in terracotta e nei disegni, sperimenta ogni volta la stessa componente magica, stregonesca, per cui da un materiale povero esce un soggetto definito, che non potrebbe essere altro che quello che è.

Maria Luisa Trevisan

Presentazione Artepadova 2002

 

BALLERINE E GUERRIERI

Giorgio Segato - Giornale del Commercio e del Turismo 1998

(…) Alessandra Urso, quasi trentenne, è figura emblematica della condizione in cui operano molti artisti oggi, faticosamente maturando, esercitando e approfondendo la loro professionalità, le loro competenze, per quanto possibile sviluppando esperienze trasversali, implicando approcci diversi all'arte, dall'organizzazione e presentazione alla promozione informativa e partecipativa, dagli aspetti strutturali e gestionali alla produzione creativa, ma anche tecnica, di spettacoli e manifestazioni multimediali. Il suo curriculum testimonia la varietà di esperienze propria di un tempo di scarse occasioni di inserimento professionale chiaramente orientato, un tempo in cui diventa necessario esplorare, accumulare esperienze e capacità pratiche e materiali, approfondire una personale e originale visione, in attesa di efficaci momenti di proiezione. Le scuole dell'arte - istituti d'arte, licei artistici, accademie e università - tutte oggi inadeguate nella struttura e nei programmi sia ai compiti formativi che a quelli orientativi, solo da poco si stanno avvicinando al mondo reale, pratico, professionale, cominciando a prefigurare corsi più
lunghi e di apprendistato tecnico e tecnologico ai più alti livelli, con collegamenti con le effettive possibilità di applicazione e indirizzo dell'apprendimento e delle competenze acquisite.
Il momento attuale della ricerca artistica di Alessandra Urso si può definire di carattere "totemico" e di rivisitazione arcaica: tridimensionalità attenuata e bifacciale, verticalità accentuata, uso del legno come materia naturale e viva, simbolicità della forma, attitudine ieratica, movimento della silhouette come vibrazione intima, manipolazione dei particolari decorativi, essenzialità di un gesto in cui, nonostante siano rappresentati i "guerrieri", non traspare aggressività, ma piuttosto attesa, non iniziativa personale ma ritualità iniziatica, ricerca di coralità tribale e con le forze della natura. Così, i suoi "guerrieri" possono tranquillamente coesistere, collegarsi e coniugarsi con le ballerine, poiché in entrambi il gesto più espressivo è quello del corpo, della danza individuale e corale, collettiva, come acquisizione piena della coscienza e armonizzazione del gesto. Mi paiono molto interessanti, del suo lavoro recente, da una parte la capacità di valorizzazione del materiale, un legno di risulta, più ritagliato e assemblato che scolpito, dall'altra parte la modulazione evocante delle sagome/forme, assimilabili più a ombre leggere e danzanti che a corpi gravi. C'è, forse, un voluto riferimento al gioco magico delle scenografie di ombre cinesi o ai mobili effetti di proiezioni d'ombra nel teatro, nel cinema, ma anche in memorie infantili e adolescenziali (di quando gli spazi si animavano di tutti i movimenti nel e attorno al focolare: faville, scoppiettii, alzarsi e abbassarsi della fiamma, cadute di ciocchi, proiezioni dei corpi astanti. E proprio questa memoria ci riporta ancora alla danza rituale collettiva attorno al fuoco, nella notte, e al farsi leggero del corpo, parte di un movimento - mutamento ritmico continuo che collega l'esperienza individuale a quella del gruppo, e questa al flusso cosmico dell'energia, alla risonanza dei pensieri e degli eventi. Suono, danza, forma, immagine, sequenza di immagini plastiche di bassa consistenza volumetrica, costituiscono i momenti del processo ideativo e di ricerca di Alessandra Urso, che appare sempre più rivolta all'allestimento "installativo" di ambienti scenograficamente eloquenti, coinvolgenti e con elementi interattivi, piuttosto che alla determinazione di episodi isolati. Anche le sue sculture singole, tuttavia, richiedono un tempo dilatato di lettura, un prolungarsi dell'attenzione sui movimenti, i segni, gli interventi che sviluppano una sorta di codice in verticale nella figura e in orizzontale nella sequenza, come manifestarsi lento, raffinarsi e poi moltiplicarsi della percezione e della conoscenza, dell'ambito in cui ci si vuole percepire e conoscersi, evidenziando modulazioni e contrasti, conquiste direzionali e astrazioni poetiche, liriche, araldiche di una sensibilità rastremata che intende trovare autenticità espressiva e comunicativa accogliendo forme e strutture di cultura primaria (non primitiva) arcaica, afro asiatica ricca di suggestioni e allusioni mnestiche e magiche.

Giorgio Segato è nato a Carmignano di Brenta (Padova) il 12 agosto 1944. Ha studiato a Vicenza e si è poi laureato a Padova con lode. Si occupa di critica d'arte e di organizzazione di mostre dal 1971, interessandosi preferibilmente alla scultura. Riveste varie cariche importanti ed è autore dei testi di un centinaio di monografie di artisti e i suoi articoli sono apparsi in oltre settanta testate di giornali e riviste. Vive e lavora a Padova.

 

 

 

ALLA FONTE CREATIVADI FORMA E COLORE

Rosa Ugento - Padova e il suo territorio, 1992

Si affaccia con personalità parimenti originale e matura una giovane artista che sa già dare soluzioni inedite
alle sue ricerche e alle esperienze di una carriera ancora breve.Alessandra Urso, diplomata alle Belle Arti di Venezia nella sezione pittura, opera in un proprio laboratorio entro il campo del rinnovamento delle tecniche pittoriche, a lei particolarmente congeniali. Bisogna vedere i suoi oggetti in forma di ciotola, fedeli alI'origine quanto liberi da concreta applicazione, nei quali l'estro dell'artista impiega i materiali e i colori con assoluta libertà interiore. Le sue forme svasate risultano da abbinamenti concreti di ottone o rame con inclusione di stoffa, sulle quali si esercita la fantasia coloristica della pittrice. Il bianco e nero si alterna all'esplosione delle tinte più vivaci, a formare contrasti felicissimi con il metallo, lasciando nello spettatore il senso di una forza artistica insieme
arcaica e modernissima. Lo stesso accade sulle tele dove si affacciano profili suggestivi e misteriosi a trattare con la composizione
sfondi e primi piani coloristici, capaci di fermare l'attenzione e rinviarla ad un deposito autentico di creatività. Alessandra Urso, che vive e lavora a Carrara San Giorgio, si appresta ad occupare nel contesto dell'arte padovana e veneta, un posto che tra breve le sarà riconosciuto come originale e spettante alla sua inconfondibile vitalità.

 

 

COMPRESENZE ONIRICHE TRA MITO E REALTA'

Mario Saoncella - 1995

I lavori di Alessandra Urso impongono alla mente un mondo di "immediate compresenze", che danno una certa difficoltà a dare un ordine cronologico dei fatti e degli elementi che hanno portato alla nascita delle sculture.
Definendo con poche parole la natura di questi lavori, non ho dubbi nel dire che essi sono un " tutto presente", sempre e immediatamente.§Cercando di dare una collocazione in un preciso filone artistico al fine di dare una chiave d'interpretazione più semplice ho lasciato che la mente fosse libera di cogliere i segnali delle opere, ciò che l'artista ha voluto dire lasciando che l'opera vivesse una vita propria; è l'opera alla fine che parla e racconta del "suo" artista. Tra opera e fruitore si instaura un rapporto dialettico di domanda e risposta, dove chi risponde è il fruitore stesso.
Due aspetti, i più immediati ma apparentemente slegati, emergono prepotentemente: il mito e il sogno; spontaneo è il richiamo alla memoria di quelle figure "mitiche" della Grecia antica, formate per metà uomo e per metà animale. Ma, rispetto alla mitologia antica, c'è una differenza; la possiamo trovare nel richiamo antropomorfico nella parte inferiore della corporatura, e nella collocazione di una testa per così dire "indefinibile", che non si sa da dove provenga.
E' la testa, soprattutto, che le fa essere dei "nostri" miti. Non si sa chi essi siano nè da dove provengano, ma si recepisce un messaggio.
Nelle loro sembianze umane-non umane troviamo un atteggiamento di lontananza, in cui lo sguardo è continuamente rivolto altrove; i guerrieri impassibili sono eretti e ammoniscono senza incutere terrore.
L'altezza è qui fondamentale; non si parla solo di altezza fisica; l'altezza morale, quella dell'interrogativo, parla con la chiara visione dell'intelligenza.
Chiaro è il richiamo ai demoni della Grecia antica, i portatori dei messaggi degli dei agli uomini, i quali appartengono al mondo finito, il regno della "pochezza" umana.
"Ombre presenti", personaggi artisticamente metafisici che trovano la loro dimensione grazie all'unione dell'elemento materico, il legno grezzo, con la sua tinta scura e la sua altezza sproporzionata.
Da quale mondo potrebbero mai arrivare questi messaggeri? Sicuramente non da un mondo esterno e lontano, ma da un mondo interiore, che ci appartiene pur apparendoci "allontanato".
E' guardando con gli occhi della nostra introspezione che troviamo il loro luogo di provenienza, il luogo della loro dimora. Se c'è un posto in cui devono essere poste è in quel limite, in quella "terra di nessuno" che separa il mondo razionale da quello non-razionale, dove hanno la possibiltà di mescolarsi assieme, liberando energie.
Messaggeri dunque del nostro più lontano e sconosciuto mondo, a cui ci collegano tramite il sogno; messaggeri onirici.
Il sogno rimane qui libero da ogni interpretazione psicoanalitica, spesso soffocante; contiene in sè già tutto quello che è stato detto e tutto quello che se ne potrà dire, senza essere esaurito pienamente.
La capacità di queste sculture è quella di farci ritrovare o scoprire qualcosa di noi che è stato dimenticato o addirittura mai conosciuto; hanno, se vogliamo, una funzione "catartica".
Stanno lì davanti a noi, ci guardano; sono il frutto del nostro immaginario e diventano lo specchio di quello che per noi è estremamente lontano.

 

CENNI CRITICI

Pablo Miguel Abbatangelo - 1998

… Le conosco tutte le Alessandre: quella informale, dei rossi sgargianti, dei verdi lussureggianti del tempo in cui si cimentava con le tele, quella dei guerrieri totemici, Dei, sovrastati dallo scorrere degli eoni, immersi sino alla consunzione nello scorrere del tempo, degli infiniti tempi sino ad accartocciarsi, scarnificarsi in un essenziale osseo legnoso scuro e straordinariamente evocativo del luogo "oltre". Personaggi bloccati in una fissità sulla follia umana di grandissima dignità, pietà e comprensione.
Quella dei graticci rettangolari, di legno biaccato, un poco obliqui e volti al sole, appena infissi nella sabbia, e lì come trappole di ragno, attendere al varco frammenti di innocenza e di sogno al femminile…
Stracci, lini e cotoni lì rappresi dopo che la brezza marina e qualcuno li aveva strappati, rapiti o solo accolti.
Quella Medicale che bendava l'offesa magia della natura con quel che di tribale e di etnico, sciamanico apportato dal suo incontro con l'Africa. Quella che da sempre con misteriosa coerenza si fa vestale, sacerdotessa di un femminile riposto e dimenticato.
Ed oggi quella che costruisce le "Colline Crociate" e come sempre investe questi poveri legni, di pioggia, vento, polvere e tempo. Croci di tutti i tipi, dalla più tradizionale (di una semplicità straordinaria) alle più complesse, ricche di significati, esili, totemiche a volte con tratti antropomorfi, un che di passione orgogliosamente portata, quasi sfida irridente, con tante braccia spalancate ad una accoglienza fiera.
Croci che si fanno grido "silenzioso" , su cui s' innestano infinite passioni e qualcosa di gestante, di attesa e poi alcune delle più meravigliose in cui la passione sta ai piedi di un quasi umano riscatto giacchè sembrano dee primitive, antiche, coloro che hanno dominato, asservito la dolorosa consapevolezza del limite (…) della diefettività.
E… per la prima volta, il legno si fa chiaro, luce ad emergere da un continuum di scura bruciata immortalità.
Ancora quelle che racchiudono porzioni di "vuoto" cielo, gravide, sino a quella che forse più di tutte mi colpisce per il selvaggio che esprime, uno scavato ai limiti del possibile che la fa sfuggire da ogni classicismo o barocchismo fuori da ogni logica plastica, con un che di espressionista.
Un poco vi ravvedo il tentativo di afferrare le dilanianti contraddizioni del nostro attuale contemporaneo interiore, una sorta di pianta a cui stanno lembi e stracci fossilizzati, impigliati a monito e rappresentazione di un grandioso minuto dramma.
Poi, ancora le ballerine, volutamente intozzite, abbruttite, appesantite ed al contempo slanciate, esili, apparentemente fragili, dai connotati in via di metamorfosi, indecise… credo, queste, siano una rappresentazione appena appena venta da un che di autobiografico…
Anche… se una di esse scruta l'orizzonte resta in lei un che di fatalistico poco gravido di attese e desideri.Alessandra è un'artista straordinaria, geniale, posseduta, non si capisce a quali fonti abbia abbeverato lo slancio che caratterizza la sua personalità di una complessità abnorme, a tratti patologica;
Il mondo della sua rappresentazione è misterico, quasi esoterico, magico, più accessibile alle vestali, alle sacerdotesse o ad uno sciamano delle foreste che ad una sufragetta del nostro affaticato occidente mentale (…). Il trascendentale è vivissimo nella sua rappresentazione, sa riproporsi sempre nuova, più profonda con una intrinseca qualità di grido unica. La sua astrazione, il suo informale è quanto di più figurativo si possa immaginare, la vivezza del ritratto dell'inconoscibile lascia perplessi (a dir poco) , e lo sappiamo che è un paradosso madornale.
Se potesse dar sfogo alla prepotente vena che la anima avremmo il nostro paesaggio meravigliosamente sconvolto da una miriade di personaggi mirabilmente usi ora alla comprensione ora ad esprimere un giudizio critico severo ma non minaccioso.
Tutta una teologia si può ravvisare nella sua rappresentazione: ad esempio la sua cosmogonia non contempla dei, divinità in armi e semmai esse sono presenti di rado, lo sono in vesti di scettro, di simbolo di potere. Ancora, essi (…) pur essendo dei, semidei sembrano ancora per un tratto immersi nel fiume del tempo seppure al tempo stesso immortali, sembrano praticare la contiguità con l'umano per un che di affetto o per un patto che contempla l'attesa di un "pervenire" anche noi alla medesima condizione.
Una attesa (la loro) che contempla una infinita pazienza e un inestirpabile legame con la condizione umana in cui forse un tempo erano incarnati. Religiosità! Ecco, malgrado il personaggio non pratichi in nessun modo le pratiche religiose… non si capisce come questo mondo trovi in lei una cantrice così straordinaria.
Vien da immaginare che allorchè l'artista riposa tutta una serie di donne, streghe, sacerdotesse del passato la possiedono suo malgrado per portarla alla rappresentazione di cui godiamo tra lo scettico ed il perplesso (dato il tempo che viviamo).
In definitiva una personalità senza tempo, nata nel secolo sbagliato e più figlia del primo novecento di quanto si possa immaginare.
Nessuno riuscirà mai a cogliere la magia irrazionale (apparentemente) della sua rappresentazione, della sua cosmogonia, né gli amici in balia dei loro strazianti banalissimi vissuti sentimentali (…), né certa critica troppo "concettuale" con l'occhio perso nel vuoto…
Sentiranno qualcosa di strano davanti alla sua opera, ma saranno incapaci di penetrarla.

 

 


   
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